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16 aprile 2018

La scienza è strana

Da molto tempo mi sono fatto l'idea che la scienza (quella che si indica anche come "scienze naturali", o "sperimentali", o "scienza moderna") è possibile perché le agenzie di scommesse non chiudono il giorno dopo, perché invece durano restando economicamente viabili (più spesso redditizie) - e anche perché c'è chi riesce a campare facendo lo scommettitore.

Si può solo intuire il numero immenso di forze ed eventi che agiscono determinando un risultato. E non solo, ci può essere un numero ancora più grande di forze ed eventi che non potremo mai nemmeno intuire, ancor meno conoscere.
I limiti della conoscenza non permettono la certezza, eppure esiste la 'prevedibilità', per la quale non è nemmeno sempre necessario uno sforzo coordinato e rigoroso come la scienza. Nella quotidianità è piuttosto un sentimento che permette di indovinare, è una 'memoria muscolare'. Sì, poi si possono addurre 'giustificazioni razionali', ma ex-post. Sono dei de jure e, se sono collegati o scollegati al de facto, resta un dettaglio ininfluente.
 
Non è mai completamente tracciabile la complessità degli intrecci che hanno condotto a quel numeretto o a quel nome (e sia il primo che il secondo potrebbero essere soltanto la deformazione  dalla nostra percezione) che fa vincere o perdere. E non si cerca nemmeno di tracciare, anzi... Il principio di economia nella scienza, il cosiddetto rasoio di Occam, è probabilmente l'asset più influente nel successo dell'impresa.
Con tutto ciò, si riesce a vincere scommettendo - e solo raramente è un'ordalia, piu spesso è perché si arriva a stimare la probabilità, anche in modo implicito e quasi incosciente.
Questa è la vera stranezza, i paradossi della fisica quantistica ne sono soltanto un'emergenza.

23 marzo 2018

Se c'ha senso, allora probabilmente non è vero

Dalla fine del XVIII secolo i filosofi si trovano oscurati dall'ombra pesante che la 'verità' sia inattingibile. Paradossalmente questo è il frutto di una più grande maturità della conoscenza. Verità e conoscenza hanno cominciato, più o meno scientemente, a divergere con lo sviluppo delle scienze sperimentali, al punto che "verità" è diventato un concetto problematico. C'è una linea ininterrotta, che si può metaforizzare come un'infiltrazione che finisce per diventare un'onda di piena che tutto travolge, da Copernico alla meccanica quantistica, per cui bisogna disperare sulla possibilità di una congruenza tra le nostre rappresentazioni col mondo che riusciamo a conoscere. 'Conoscenza' è ormai una premessa necessaria per manipolare il mondo, non per capirlo. L'idea di capire il mondo sembra ormai puerile.

Da qui... c'era davvero bisogno di cominciare chiedersi il "significato dell'essere"? Cioè? Invece di "non è possibile dare un senso alla verità" si decreta che "se c'ha un significato, allora deve essere vero"?

14 marzo 2018

Qual è la specialità greca?


Quelli che Platone chiama complessivamente 'i poeti' rappresentano una tradizione che l'intellighentsia greca spesso rispettava e magari omaggiava pure. Però, mi sembra che di nessun filosofo si possa dire che si vedesse come la continuazione di quella tradizione. Anzi...
La Filosofia s'è mossa, da sempre e almeno fino a pochissimo tempo fa, nel solco della filosofia greca. Ma quanto era 'greca' la filosofia della Grecia Classica?
Lasciamo stare l'immagine del filosofo come elemento avulso dal contesto che lo circonda - qualsiasi emergenza di personalità finisce per svolgersi dal contesto - per cui, poi, alla fine, un filosofo è sempre un po' asociale. Piuttosto, c'è sempre questa tendenza al settario, all'elitista, al misterico (ovviamente non necessariamente tutto assieme, non necessariamente tutto nello stesso grado).
Perfino i più 'filo-sociali', cioè i sofisti ad Atene nel V secolo, appaiono comunque come pensatori 'contro':
La sofistica greca fu il primo sforzo agressivo del pensiero per aprire un sentiero fino al reale di traverso a tutti i pregiudizi della tradizione. Gorgia e Protagora dubitano della testimonianza dei sensi, Ippia contesta l'autorità dei costumi. Prodico sospetta che la divinità non sia che un nome per l'utilità collettiva. Attraverso questi filosofi lo spirito dell'uomo si eleva a un nuovo livello del pensiero, lo scetticismo, dove la riflessione procede pura, dentro una libertà che non accetta più altra legge al di fuori di se stessa.
[Ch. Andler, Nietzsche: sa vie et sa pensée, vol. I, prefazione]
Dunque, se la Filosofia dei Greci non è proprio 'greca', che cos'è?
Giustamente, Andler nota che questa libertà della riflessione (che chiama anche 'ragione') si fonda su un pervasivo scetticismo. Forse la grande invenzione greca fu l'apertura dei mercati. La necessità di cercare risorse altrove porta alla conoscenza - e parzialmente anche alla pratica - di più tradizioni. La cessazione di un'unità eziologica, il relativismo conseguente, origina il pensiero critico.

L'eredità giudeo-cristiana è greca?

Però che stabilí questa legge agli umani il Croníde:
ai pesci, ed alle fiere terrestri, e agli uccelli volanti,
che l’un mangiasse l’altro: ché norme non han di giustizia;
e agli uomini largí Giustizia, che val molto meglio:
perché, se alcuno il vero riesce a veder, lo professa,
Giove che tutto vede, benessere a quello concede;
ma chi, testimoniando, cosciente mentisce e spergiura,
lede giustizia, e folle divien d’insanabile colpa.
A poco a poco, oscura divien la sua stirpe, e si perde:
di chi rispetta il giusto, migliore la stirpe diviene.
[Esiodo, Le opere e i giorni, 276-285]
Tutto questo per dire che Esiodo avrebbe potuto anche sedere nel comitato di redazione dell'Antico Testamento. E forse l'eredità giudeo-cristiana è millantato credito.
C'è questa idea diffusa in certe destre, che l'indoeuropeo sarebbe stato corrotto nei suoi valori guerrieri dall'ebreo o dal prete (che, poi, sarebbe un derivato dell'ebreo). E pure Nietzsche, nel Crepuscolo (Quelli che migliorano l'umanità, 2), si pensa di fare questa 'genealogia'. Non solo i valori guerrieri sono sviliti (e si veda, ancora, Le opere e i giorni, 202-212), ma si fa vivere male la gente e - soprattutto - degenerare la razza. Cioè un enunciato specularmente opposto a quello di Esiodo qui sopra.
Con ciò,  quelli che pensano che gli ariani buoni sono solo quelli germanici e che i Greci, sì, erano pagani, ma non abbastanza biondi, be'... penso che abbiate molti altri problemi prima di arrivare all'eredità giudeo-cristiana. 

19 settembre 2014

In un tempo di declino, un tempo in cui tutto è imitazione e attività senza scopo, pensare nel grande stile è azione autentica, invero l'azione nella sua forma più potente - sebbene la più silenziosa.
(M.Heidegger, Nietzsche, vol. II, cap. 2)

27 gennaio 2013

il pericolo di voler apparire razionali o irrazionali

[A quelli che seguono questo blog posso dire che mi dispiace di non riuscire a postare più regolarmente, ma non penso di cambiare. La priorità per me resta quella di pensare di avere qualcosa da dire e di credere di riuscire a dirlo bene. In assenza di ispirazione, preferisco il silenzio].

C'è una profonda debolezza in chi abbandona il suo pensiero alla macchinazione, per cui basta reperire una presunta verità ed elaborarla in una forma retorica che scimmiotta pateticamente la scienza o la matematica. 
D'altra parte, c'è una linea sottile che distingue l'apertura di una nuova prospettiva filosofica da uno sfondone del proprio ego. L'opposizione pregiudiziale alla razionalità in filosofia raramente ha prodotto qualcosa di valido, anche se talvolta è divertente (al di là dell'intenzione dei suoi autori).

Sono due indici di adolescenza filosofica. Se la si supera, almeno per buon gusto, si rifugge da questi riduzionismi. La filosofia è (terribilmente, occorre dirlo) più creativa e sfuggente. 
Bisogna possedere ed esercitare un costante sospetto verso se stessi per fare buona filosofia. Va bene accogliere in sé l'entusiasmo e nutrire ambizioni, ma bisogna sapere imporsi temperanza e autocritica.

Finalmente, volendo eliminare il feticismo della ragione come la sua negazione "vitalistica", sarebbe forse tempo di porre, almeno come tema di riflessione, qualche criterio metodologico o meta-filosofico (se esiste una "meta-filosofia") sull'uso della ragione in filosofia.

In generale, la logica binaria per cui se una cosa è falsa, allora è vero il suo contrario, quello scatto discreto per cui negare una cosa corrisponde automaticamente ad affermare il contrario, è raramente uno strumento teoreticamente valido - e spesso è intellettualmente disonesto. La verificabilità è un criterio intenibile - questo è risaputo. E anche immaginare condizioni di falsificabilità ha sempre comunque qualcosa di arbitrario, rimanda sempre a un qualche assunto che non è dimostrabile. Può andare bene in certe discipline (per fortuna), ma in filosofia questi sono grossi vizi che non bisogna cercare di nascondere.
Ci sono molti più valori di verità di vero e falso nella nostra contemplazione del mondo. Ci sono gradazioni ed è meglio essere capaci di cogliere la gamma di gradazioni più vasta possibile. Chi scrive sostiene la dottrina che una cosa possa avere origine dal suo contrario e che la credenza negli opposti sia appunto questo, solo una credenza.

Conviene essere tanto razionalisti da potere ammettere ed elaborare una filosofia su fondazioni totalmente problematiche e muovercisi con una logica filosofica, cioè una logica critica verso se stessa e i suoi assunti. Le catene di deduzioni e l'applicazione di regole di inferenza sono tentazioni pericolose, a volte fatali. La dialettica è un'arte da falsari o da imbonitori. Questa non è una censura, si può anche essere falsari e imbonitori "a fin di bene". Ma conviene essere cauti e non riposarsi su un assunto "auto-evidente".
Le confutazioni in filosofia sono chimere, molto spesso sono solo power-trips.

Soprattutto bisogna depurare la ragione dalla pia illusione platonica che questa possa approdare a certezze apodittiche, alla fondazione certa e immutabile della verità, a determinare l'essere.
Le categorie sono prodotti storici, ma non bisogna abolirle per questo.
E' velleitario pretendere che la ragione abbia il potere di smascherare le apparenze e vedere cosa c'è sotto e, soprattutto, non è nemmeno necessario. Le illusioni possono avere una funzione più che benefica per la razionalità. E, tra le illusioni, c'è anche quella di considerare razionale ciò che è... qualcos'altro.

06 febbraio 2012

«che cos'è l'essere?» (2)

Qualificare la domanda «che cosa è l'essere?» come un fenomeno storico conduce probabilmente alla curiosità sulla sua (supposta) genesi.

Preliminarmente conviene riconoscere che la questione dell'essere è stata con ogni probabilità una caratteristica saliente e (conflittualmente) fondatrice della nostra civiltà occidentale.
Non si può sottostimare il valore della ricerca di una certezza della realtà, del lavoro critico associato, per fondare la certezza della conoscenza.

Secondo quanto già detto, cioè se il concetto di essere non ha un'evidenza fondante, la distinzione tra essere e non-essere dovrebbe essere vaga e opinabile. Tuttavia questa non è una conseguenza accettabile. E' chiaro che questa distinzione risponde a un bisogno vitale, la vita non sarebbe possibile nell'impossibilità di operare discriminare - quando serve - la realtà dall'apparenza. E infatti la capacità di questa distinzione l'abbiamo connaturata, se si assume che i nostri sensi siano sufficienti per farla. Dunque la questione dell'essere resta fabbricata come già detto - siccome i sensi sanno fare da soli (per fortuna) - però assume un valore epistemologico come critica della determinazione cognitiva e della sua certezza. Ed è questo che fonda la scienza non solo come conoscenza certa, ma anche nel senso di capacità di manipolazione della realtà. Così nel recinto scentifico, la questione dell'essere si può tradurre in un senso assai poco filosofico: «In base a cosa mi garantisco la disponibilità di ciò che mi appare? Com'è che lo posso controllare? Com'è che ne posso fruire, me ne posso appropriare? Com'è che lo posso dominare, soggiogare e farne un bene?». 
Questa parafrasi cerca di apparire deliberatamente urtante per almeno due motivi: a) è possibile (e, in effetti, è attuale) che la questione dell'essere non faccia uso della verità, o che ne faccia un uso chiaramente subordinato a valori al di fuori della prospettiva della verità come un fine in sé; b) ammettendo per buona una formulazione concorrente non indirizzata alla verità, la prospettiva filosofica tradizionale implicita nella questione dell'essere ne è così avversata da risultare più chiara.

In effetti la verità non è solo una (vana) questione di congruità o di rispondenza ai cosiddetti fatti. La verità è compenetrata con l'essere, ma anche con la morale. (Siamo onesti: qualunque verità interpretabile contro la morale è stata sempre accolta come uno scandalo e osteggiata. Persino nel nostro tempo nichilistico questo è ancora avvertibile).
Così la questione dell'essere non è mai stata filosoficamente semplice, ma sempre duplice: teoretica e morale.
Si persegue l'essere come verità e la verità come essere, ma si persegue anche una pars destruens, cioè mettere nel non-essere ciò che non risponde alla morale, qualificandolo il male come inganno, così che la sola conoscenza autentica è quella del bene.
Qui le coppie antitetiche essere-bene e apparenza-male devono essere capovolte in bene-essere e male-apparenza per eplicitare come la conoscenza delle «cose prime e principali» - la missione del filosofo secondo Platone – sia il procedimento iniziato partendo da un giudizio di valore. La questione dell'essere è lo strascico della guerra di Platone contro il mondo per costruire il suo bene: questa è l'origine della domanda «che cosa è l'essere».
E così la trinità si completa: essere-verità-bene, realtà-conoscenza-morale.
[Siccome si è scelto trinità, se qualcuno volesse vederci un'analogia a Padre, Figlio e Spirito Santo, non mi opporrei. Ci si può chiedere se sarebbe possibile l'analogia anche con la trifunzionalità indoeuropea e cioè, rispettivamente alle posizioni, con Quirino, Giove e Marte – nel qual caso avremmo una certa misura della perversione indotta da Socrate... Ma queste, almeno al momento, sono solo fantasie].

«Che cos'è l'essere?» ha prima preso il significato di un catalogo ragionato del reale, poi ha posto un reale indipendente che aveva dignità (teoretica) ad esistere, fino a significare che cosa ha più dignità (morale) di essere - e cioè: a che cosa mi devo conformare per meritare di vivere, che cos`è tale per cui io possa vivere e non essere condannato infine a dissolvermi come la nebbia del mattino, come posso oppormi a un mondo che che non voglio riconoscere come vero, che voglio rifiutare.

05 febbraio 2012

«Che cos'è l'essere ?» (1)

E' possibile rispondere alla domanda «che cos'è l'essere?». Sì è possibile, ma non c'è quella risposta «che mondi possa aprirti». Vi prendo un po'in giro e dico che l'essere è l'infinito di un verbo.

Facciamo l'esercizio anche con qualche altro infinito: "che cos'è (il) maturare?", "che cos'è (il) degenerare?", "che cos'è (il) vertere?", "che cos'è (il) simpatizzare?".
Sono domande meno affascinanti e suonano un po' fastidiose (porre "che cosa è" con un infinito sembra davvero un caso limite - un verbo non è una cosa, bisognerebbe invece usare «che vuol dire...»).
Ma restano domande ancora possibili.
E presuppongono davvero risposte univoche? Esiste un carattere intrinseco che permetta di cogliere l'essenza di, poniamo, (l') "assorbire"?
Sapremmo dare una definizione "assoluta" di uno di questi infiniti, su base di caratteri completamente contenuti nell'azione o nello stato espresso, senza riferirci a oggetti, a qualità, a condizioni "esterne"?
Non credo - tra l'altro, tutti ammettono variazioni semantiche secondo i contesti d'uso (e tutti indicano un'evoluzione storica delle accezioni).

Nel caso di "essere" queste risposte sono ancor meno presupponibili. Non è nel linguaggio che si possa trovare il presupposto che porta alla domanda «che cos'è l'essere?».
L'uso di "essere" - nel senso sia di più ricorrente, sia di semanticamente primigeno - è quello di copula: congiunge oggetti, concetti, qualità, situazioni... Si «è» qualcosa, in qualche modo, in qualche posto, in qualche momento ecc. «E'» e basta (senza « - qualcosa») non fa parte dell'uso ordinario del linguaggio.

Inoltre "essere" non qualifica un tipo di predicazione più essenziale. Il verbo "essere" non esprime un carattere analitico, intensionale della predicazione. Affermare che qualcosa « è » una certa qualità (quantità, stato,...) certamente ne riferisce un aspetto, ma non afferma un carattere intrinseco di per sé. Tantomeno eterno e immutabile - "essere" non è l'opposto di "divenire". E' solo un caso molto particolare dire che una cosa " è ", sans plus. E' un'enunciazione che si limita ad afermare un solo termine di una relazione, può essere usato per indicare la presenza di qualcosa, ignorando altri termini che definiscano come si configuri.

[«Io sono colui che è» potrebbe avere una significazione ben diversa da 'Eν ἀρχῇ ἦν ὁ ΛόγοςIn principium erat Verbum comunemente intesa dai cristiani. Potrebbe ben significare un Dio che professa di poter congiungere e "intrufolarsi" in qualunque cosa, ovunque, in qualsiasi circostanza, in qualunque momento... Sia nel bene che nel male, senza nessun controllo e direzione. Un'onnipotenza che sarebbe omni-potenzialità e omni-attualità - una promessa terribile, decisamente non incompatibile con la religione dei Giudei].

Certamente ci saranno scrollate di spalle, perché questa non è la risposta - o meglio, non è la domanda.
Giustamente, quello che è davvero interessante non è la risposta, ma la domanda.

Perché mai questa domanda?
La tesi qui è che non si tratti di una domanda genuina, onesta. Non è la questione fondamentale né la filosofia prima - la domanda non si dà, è fabbricata
Innanzi tutto per il termine essere, che come detto sopra non avrebbe nessuna evidenza per imporsi.
Al di là del giochino sugli infiniti, questa parola è il frutto di un ricorrente processo filosofico per cui un nome crea qualcosa – spesso in forma magmatica – e poi i filosofi invertono la causa con l'effetto, sostenendo che il qualcosa ha generato il nome. E accade che il nome vive una sua storia e si incrosta di strati semantici – tra cui permanenza e immutabilità. Perciò essere si posiziona in una certa galassia di significati, in cui il parziale sinonimo più rilevante è realtà. Ma "essere" sarebbe una specie di ur-Realität, ciò che fa sì che il reale sia tale, indipendentemente dalla sua configurazione. (Ma non siamo – più – alle essenze o alle cose-in-sé).

Tutto questo non costituisce un'obbiezione – se non alla pretesa ineludibilità della domanda.
Aumenta invece l'interesse per la sua comparsa.

A questo punto conviene fare un salto e vedere quanto la domanda «che cosa è l'essere?» si apparenti alla domanda «che cosa è vero?». Sono per lo meno sorelle siamesi, ma si può ammettere di più: sono due facce della stessa medaglia. In quale caso ciò che è non sarebbe ipso facto anche vero? La negazione sarebbe concepibile... ?

E qui il gatto è fuori dal sacco... E' la la conoscenza (e la razionalità), più che la realtà, che viene messa in esame. In questo senso almento si tratta di una questione fondamentale, non per il fondamento della realtà, ma per il fondamento sistemico del sapere.

Verità e essere si sono compenetrati. Se ciò che è vero non è, manca il criterio per riscontrarlo, cioè verificarlo – l'essere è l'attuazione del vero. Allo stesso modo ciò che è deve essere vero, indipendente e immutabile per l'osservatore, oggettivo come si dice.
Ciò che è vero ha assunto i caratteri di permanenza e universalità e cio che è ha assunto il carattere di  qualifica del reale, di riferimento (e pure il fine).

Questo è il risultato di un processo storico - la metafisica non si fonda da sé. Possiamo immaginare percorsi alternativi a questa posizione – e questo vuol dire che stiamo per percorrerli.
L'esperienza è il divenire non l'essere. Ciò che appare come essente è suscettibile della domanda «quanto durerà? per quanto rimarra nello stato che percepisco? come (quando) questo stato cambierà?», non di quella «com'è che ciò che mi appare è reale? che cosa fa sì che ciò che percepisco non è solo apparente?». La possibilità di conoscere la risposta al secondo gruppo di domande non si dà (a meno di non mettersi in una propettiva come il kantiano Idealismo Trascendentale, che probabilmente sarebbe stato male accolto dall'accademia platonica). [L' Idealismo Trascendentale è una scienza dei limiti. Perché indugiare in una scienza dei limiti, rispetto a ciò che per definizione non si può conoscere - e dunque non dovrebbe esserci, meriterebbe qualche riflessione...].
D'altra parte l'identità di essere e verità, il realismo platonico, se non falso dovrebbe almeno apparire un po' ingenuo. Lo stato ontologico delle matematiche dovrebbe almeno corroborare qualche dubbio. In generale, le stesse scienze sperimentali che inizialmente parevano comprovare un cosmo razionale dove essere è verità e verità è essere, oggi fomentano un certo scetticismo.