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06 febbraio 2012

«che cos'è l'essere?» (2)

Qualificare la domanda «che cosa è l'essere?» come un fenomeno storico conduce probabilmente alla curiosità sulla sua (supposta) genesi.

Preliminarmente conviene riconoscere che la questione dell'essere è stata con ogni probabilità una caratteristica saliente e (conflittualmente) fondatrice della nostra civiltà occidentale.
Non si può sottostimare il valore della ricerca di una certezza della realtà, del lavoro critico associato, per fondare la certezza della conoscenza.

Secondo quanto già detto, cioè se il concetto di essere non ha un'evidenza fondante, la distinzione tra essere e non-essere dovrebbe essere vaga e opinabile. Tuttavia questa non è una conseguenza accettabile. E' chiaro che questa distinzione risponde a un bisogno vitale, la vita non sarebbe possibile nell'impossibilità di operare discriminare - quando serve - la realtà dall'apparenza. E infatti la capacità di questa distinzione l'abbiamo connaturata, se si assume che i nostri sensi siano sufficienti per farla. Dunque la questione dell'essere resta fabbricata come già detto - siccome i sensi sanno fare da soli (per fortuna) - però assume un valore epistemologico come critica della determinazione cognitiva e della sua certezza. Ed è questo che fonda la scienza non solo come conoscenza certa, ma anche nel senso di capacità di manipolazione della realtà. Così nel recinto scentifico, la questione dell'essere si può tradurre in un senso assai poco filosofico: «In base a cosa mi garantisco la disponibilità di ciò che mi appare? Com'è che lo posso controllare? Com'è che ne posso fruire, me ne posso appropriare? Com'è che lo posso dominare, soggiogare e farne un bene?». 
Questa parafrasi cerca di apparire deliberatamente urtante per almeno due motivi: a) è possibile (e, in effetti, è attuale) che la questione dell'essere non faccia uso della verità, o che ne faccia un uso chiaramente subordinato a valori al di fuori della prospettiva della verità come un fine in sé; b) ammettendo per buona una formulazione concorrente non indirizzata alla verità, la prospettiva filosofica tradizionale implicita nella questione dell'essere ne è così avversata da risultare più chiara.

In effetti la verità non è solo una (vana) questione di congruità o di rispondenza ai cosiddetti fatti. La verità è compenetrata con l'essere, ma anche con la morale. (Siamo onesti: qualunque verità interpretabile contro la morale è stata sempre accolta come uno scandalo e osteggiata. Persino nel nostro tempo nichilistico questo è ancora avvertibile).
Così la questione dell'essere non è mai stata filosoficamente semplice, ma sempre duplice: teoretica e morale.
Si persegue l'essere come verità e la verità come essere, ma si persegue anche una pars destruens, cioè mettere nel non-essere ciò che non risponde alla morale, qualificandolo il male come inganno, così che la sola conoscenza autentica è quella del bene.
Qui le coppie antitetiche essere-bene e apparenza-male devono essere capovolte in bene-essere e male-apparenza per eplicitare come la conoscenza delle «cose prime e principali» - la missione del filosofo secondo Platone – sia il procedimento iniziato partendo da un giudizio di valore. La questione dell'essere è lo strascico della guerra di Platone contro il mondo per costruire il suo bene: questa è l'origine della domanda «che cosa è l'essere».
E così la trinità si completa: essere-verità-bene, realtà-conoscenza-morale.
[Siccome si è scelto trinità, se qualcuno volesse vederci un'analogia a Padre, Figlio e Spirito Santo, non mi opporrei. Ci si può chiedere se sarebbe possibile l'analogia anche con la trifunzionalità indoeuropea e cioè, rispettivamente alle posizioni, con Quirino, Giove e Marte – nel qual caso avremmo una certa misura della perversione indotta da Socrate... Ma queste, almeno al momento, sono solo fantasie].

«Che cos'è l'essere?» ha prima preso il significato di un catalogo ragionato del reale, poi ha posto un reale indipendente che aveva dignità (teoretica) ad esistere, fino a significare che cosa ha più dignità (morale) di essere - e cioè: a che cosa mi devo conformare per meritare di vivere, che cos`è tale per cui io possa vivere e non essere condannato infine a dissolvermi come la nebbia del mattino, come posso oppormi a un mondo che che non voglio riconoscere come vero, che voglio rifiutare.

05 febbraio 2012

«Che cos'è l'essere ?» (1)

E' possibile rispondere alla domanda «che cos'è l'essere?». Sì è possibile, ma non c'è quella risposta «che mondi possa aprirti». Vi prendo un po'in giro e dico che l'essere è l'infinito di un verbo.

Facciamo l'esercizio anche con qualche altro infinito: "che cos'è (il) maturare?", "che cos'è (il) degenerare?", "che cos'è (il) vertere?", "che cos'è (il) simpatizzare?".
Sono domande meno affascinanti e suonano un po' fastidiose (porre "che cosa è" con un infinito sembra davvero un caso limite - un verbo non è una cosa, bisognerebbe invece usare «che vuol dire...»).
Ma restano domande ancora possibili.
E presuppongono davvero risposte univoche? Esiste un carattere intrinseco che permetta di cogliere l'essenza di, poniamo, (l') "assorbire"?
Sapremmo dare una definizione "assoluta" di uno di questi infiniti, su base di caratteri completamente contenuti nell'azione o nello stato espresso, senza riferirci a oggetti, a qualità, a condizioni "esterne"?
Non credo - tra l'altro, tutti ammettono variazioni semantiche secondo i contesti d'uso (e tutti indicano un'evoluzione storica delle accezioni).

Nel caso di "essere" queste risposte sono ancor meno presupponibili. Non è nel linguaggio che si possa trovare il presupposto che porta alla domanda «che cos'è l'essere?».
L'uso di "essere" - nel senso sia di più ricorrente, sia di semanticamente primigeno - è quello di copula: congiunge oggetti, concetti, qualità, situazioni... Si «è» qualcosa, in qualche modo, in qualche posto, in qualche momento ecc. «E'» e basta (senza « - qualcosa») non fa parte dell'uso ordinario del linguaggio.

Inoltre "essere" non qualifica un tipo di predicazione più essenziale. Il verbo "essere" non esprime un carattere analitico, intensionale della predicazione. Affermare che qualcosa « è » una certa qualità (quantità, stato,...) certamente ne riferisce un aspetto, ma non afferma un carattere intrinseco di per sé. Tantomeno eterno e immutabile - "essere" non è l'opposto di "divenire". E' solo un caso molto particolare dire che una cosa " è ", sans plus. E' un'enunciazione che si limita ad afermare un solo termine di una relazione, può essere usato per indicare la presenza di qualcosa, ignorando altri termini che definiscano come si configuri.

[«Io sono colui che è» potrebbe avere una significazione ben diversa da 'Eν ἀρχῇ ἦν ὁ ΛόγοςIn principium erat Verbum comunemente intesa dai cristiani. Potrebbe ben significare un Dio che professa di poter congiungere e "intrufolarsi" in qualunque cosa, ovunque, in qualsiasi circostanza, in qualunque momento... Sia nel bene che nel male, senza nessun controllo e direzione. Un'onnipotenza che sarebbe omni-potenzialità e omni-attualità - una promessa terribile, decisamente non incompatibile con la religione dei Giudei].

Certamente ci saranno scrollate di spalle, perché questa non è la risposta - o meglio, non è la domanda.
Giustamente, quello che è davvero interessante non è la risposta, ma la domanda.

Perché mai questa domanda?
La tesi qui è che non si tratti di una domanda genuina, onesta. Non è la questione fondamentale né la filosofia prima - la domanda non si dà, è fabbricata
Innanzi tutto per il termine essere, che come detto sopra non avrebbe nessuna evidenza per imporsi.
Al di là del giochino sugli infiniti, questa parola è il frutto di un ricorrente processo filosofico per cui un nome crea qualcosa – spesso in forma magmatica – e poi i filosofi invertono la causa con l'effetto, sostenendo che il qualcosa ha generato il nome. E accade che il nome vive una sua storia e si incrosta di strati semantici – tra cui permanenza e immutabilità. Perciò essere si posiziona in una certa galassia di significati, in cui il parziale sinonimo più rilevante è realtà. Ma "essere" sarebbe una specie di ur-Realität, ciò che fa sì che il reale sia tale, indipendentemente dalla sua configurazione. (Ma non siamo – più – alle essenze o alle cose-in-sé).

Tutto questo non costituisce un'obbiezione – se non alla pretesa ineludibilità della domanda.
Aumenta invece l'interesse per la sua comparsa.

A questo punto conviene fare un salto e vedere quanto la domanda «che cosa è l'essere?» si apparenti alla domanda «che cosa è vero?». Sono per lo meno sorelle siamesi, ma si può ammettere di più: sono due facce della stessa medaglia. In quale caso ciò che è non sarebbe ipso facto anche vero? La negazione sarebbe concepibile... ?

E qui il gatto è fuori dal sacco... E' la la conoscenza (e la razionalità), più che la realtà, che viene messa in esame. In questo senso almento si tratta di una questione fondamentale, non per il fondamento della realtà, ma per il fondamento sistemico del sapere.

Verità e essere si sono compenetrati. Se ciò che è vero non è, manca il criterio per riscontrarlo, cioè verificarlo – l'essere è l'attuazione del vero. Allo stesso modo ciò che è deve essere vero, indipendente e immutabile per l'osservatore, oggettivo come si dice.
Ciò che è vero ha assunto i caratteri di permanenza e universalità e cio che è ha assunto il carattere di  qualifica del reale, di riferimento (e pure il fine).

Questo è il risultato di un processo storico - la metafisica non si fonda da sé. Possiamo immaginare percorsi alternativi a questa posizione – e questo vuol dire che stiamo per percorrerli.
L'esperienza è il divenire non l'essere. Ciò che appare come essente è suscettibile della domanda «quanto durerà? per quanto rimarra nello stato che percepisco? come (quando) questo stato cambierà?», non di quella «com'è che ciò che mi appare è reale? che cosa fa sì che ciò che percepisco non è solo apparente?». La possibilità di conoscere la risposta al secondo gruppo di domande non si dà (a meno di non mettersi in una propettiva come il kantiano Idealismo Trascendentale, che probabilmente sarebbe stato male accolto dall'accademia platonica). [L' Idealismo Trascendentale è una scienza dei limiti. Perché indugiare in una scienza dei limiti, rispetto a ciò che per definizione non si può conoscere - e dunque non dovrebbe esserci, meriterebbe qualche riflessione...].
D'altra parte l'identità di essere e verità, il realismo platonico, se non falso dovrebbe almeno apparire un po' ingenuo. Lo stato ontologico delle matematiche dovrebbe almeno corroborare qualche dubbio. In generale, le stesse scienze sperimentali che inizialmente parevano comprovare un cosmo razionale dove essere è verità e verità è essere, oggi fomentano un certo scetticismo.

23 novembre 2011

oltre (senza) il giardino

La paura della morte diventa paura della vita. Una prolungata cura parentale, dalla culla alla tomba, la mancanza di riti di iniziazione e di passaggio, è la causa umile e molto concreta di inautenticità e incompletezza.

Questa cifra della modernità permea molta filosofia, da sempre. Manca la prospettiva di passaggi, metamorfosi e crescita - con qualche nota eccezione... Ma, soprattutto, i filosofi hanno una grande paura di uscire dal loro orticello, cercano di mettersi al centro di una "loro" ragnatela, ancorata ad altri filosofi o a qualche scienza. Si può dire che questa mancanza di dinamismo è un vizio congenito, da sempre si ha la fede che ciò che si sa è immutevole, perché ciò che è vero deve essere tale.  Questo è certo un buon motivo per spiegare come mai i filosofi sono generalmente caratterizzati da uno stomaco di ghisa e dalla digestione laboriosissima: i filosofi subiscono molto, moltissimo - e se ne vantano. Questa pazienza la si camuffa spesso per virtù, che, anche qui come spesso accade, è l'apologia della debolezza. 

La Storia pare condurci in un territorio inesplorato, tocchiamo con mano l'inanità degli stati nazionali che si mostrano assolutamente inadeguati a funzionare in questo tempo. Il terreno di gioco delle elite che hanno "governato" (se si reflette bene su questa parola, si capisce quanto la missione sia stata tradita) sta per essere invaso da masse informi, miserevoli, violente e disorientate.
E' un momento eccezionale, si potrebbe anche tornare a una fase barbarica il cui solo obiettivo sia la sopravvivenza. Questo in realtà mi pare molto difficile, è uno scenario post-atomico che ha probabilità scarsissime. Però è abbastanza probabile che i due milleni della cosiddetta civiltà giudeo-cristiana siano ormai agli sgoccioli.
E tutto è minacciato e aver paura non serve.

Più che mai adesso, i filosofi devono cambiare, ma anche ritornare a qualcosa di molto antico nella loro natura. Bisogna tirare la testa fuori dal buco e tornare a quel mestiere antico di àuguri e divinatori. Dobbiamo imparare a cogliere i segni prima di interpretarli. Smettiamola di leggere libri, smettiamo di leggere. E' tempo per orecchie e nasi fini e gli occhi si devono concentrare sui colori, non sulle forme.

20 ottobre 2011

puzza di zolfo

Ci sono "persistenze" nella santità come nel nichilismo. Quanto sono collegate, quanto sono - in fondo - la stessa struttura, la stessa articolazione, forma, contenitore, ma con contenuti diversi?
Diversi? Non sono - in fondo - una medesima cancellazione della vita?
No, forse non della vita, a meno che non si operi l'equazione che vita è sofferenza. Allora, cancellazione della sofferenza?  Ma allora è la parola cancellazione che diventa problematica, perché - in fondo - questa cancellazione non diventa persistenza della sofferenza?

E se, poi, questo ricettacolo di sofferenza non lo si ponesse più in un , ma in un altro? Se invece di essere istrioni nichilisti o santi, si diventassi agenti di distruzione degli altri, degli innocenti - per amplificare, forse anche per purificare la sofferenza attraverso la gratuità? Non è questo meccanismo di estremo rigetto della vita il motore interno del pluriomicida di vittime "casuali" - innocenti contro cui non ci sarebbe movente, se non talvolta l'appartenenza casuale a "categorie" bersaglio di un odio patologico? Non si cerca uno scandalo che lasci il mondo nudo, privato degli orpelli della razionalità, della pietà, della socialità convenzionale, dei buoni sentimenti inculcati?
Questa psicosi è poi vero odio, o piuttosto la ricerca di una purificazione dell'essere? Non si cerca di dichiarare, di instillare una certezza: che il mondo è orrore?

E queste guerre in-finite, cominciate solo per durare, che non ricercano nessuna conquista, ma solo l'eliminazione, lo sradicamento dal mondo di un nemico vago, sfuggente, mutevole? Non sono la delega, l' "outsourcing" di questa stessa psicosi?

13 ottobre 2011

santità, ascetismo, eroismo, tempo

E' difficile non avere un certo rapimento intellettuale per la santità. I santi rappresentato una specie di sarcasmo rivolto contro i filosofi, il santo ha un potere che il filosofo sogna, agogna, ma non ha.

Che cos'è un Santo? Fondamentalmente una non persona... ma non semplifichiamo troppo.

Non si può non supporre che la santità sia più congeniale a certe nature che vedono nell'approdo al nirvana l'unico porto sicuro, laddove si sia già decretato che tutto in vita è solo pericolo, sofferenza e schifo. In questo senso la santità è un antiansiogeno, un progressivo estraniamento dalla vita e dall'umanità verso uno stato di apparente insensibilità a se stessi e al mondo.
La forma dell'ascetismo può essere uno scivolo verso l'auto-cancellazione del soggetto, assecondando la concupiscenza per un altra dimensione. L'eliminazione della finzione del soggetto porterebbe a un'amplificazione che annulla la finitezza, a l'ottenimento di un eternità interiore per cui il santo sarebbe un'immagine della totalità reale dell'universo (ovviamente, questo reale è un mondo in opposizione a quello in cui viviamo), magari anche un canale di comunicazione con un "altro" - il che è anche detto misticismo.
[La mia scuola del sospetto induce a vedere questa santità, che ambisce alla cancellazione del tempo, come piuttosto il risultato di una persistenza nel tempo. C'è un'inclinazione naturale al misticismo e all'ascetismo - fanno parte del ventaglio di capacità di ognuno - per quanto la prassi di una civiltà possa nasconderle e pure stigmatizzarle. La santità è in questi casi soprattutto la persistenza che ammaestra il corpo facendole evolvere da inclinazioni ad abitudini. C'è anche la suggestione che con mistici e asceti si chiuda un cerchio: si potrebbe arrivare ad avere insensibiltà e alienazione dal corpo e dal tempo anche percorrendo la via opposta, ricercando l'eccesso piuttosto che la privazione].


Però la santità si manifesta anche come trionfo della volontà. L'opposizione ostinata e incompromettibile alla propria natura conduce nuovamente, o si (con-)fonde con il cedimento nell'approdo all'ascetismo.
Ma in questo senso sfuggirebbe la dimensione eroica della santità, cara al Cattolicesimo.
Questo erosimo si pone pienamente nel tempo e perfino nell'attimo: è il santo della scelta e dell'azione. E' il santo che definisce il mondo intorno a sé, mira ad essere la massa che curva, o che sfonda lo spazio e il tempo invece di essere definito da questi.
In questo senso, un santo sarebbe una figura politica, come Napoleone o Giulio Cesare. Ed è anche così, è stato il caso di Cristo e Gandhi. [D'altra parte è notevole come il politico politicante del nostro tempo cerchi sempre di indossare qualche paraphernalion della santità, affettando sempre un senso della missione e l'assenza di tornaconto personale].
Però la dimensione politica del santo è peculiare, a differenza della figura del signore umano, lo si percepisce come il potere senza il potere. 
Il santo mostra un potere, anche terribile, che trascende ogni cosa umana, ma soprattutto che trascende la sua persona, che non gli appartiene. Qui ritorna la figura della non persona, punto di congiunzione con un altro, con un mondo reale di bene e giustizia. Egli testimonia quel mondo in questo mondo e facendolo entra in opposizione, anche fattualmente, col mondo degli uomini. Ma testimonia allo stesso tempo la sua fragilità, la fragilità di tutti, l'indegnità dell'uomo al potere, a maggior gloria del potere altro che lo abita.
In questa congiunzione di opposti si trova la ragione della popolarità del santo, il campione e il vendicatore di tutti quelli che subiscono il potere (e anche la vita).

10 ottobre 2011

predìco, non prèdico...

[Senza grandi pretese profetiche, ma siccome in passato c'ho azzecato spesso...]

Malgrado quanto detto molto recentemente, in realtà l'Italia non è mai stata su quel piano, non si è mai industrializzata né burocratizzata.

L'Italia non è mai diventata moderna, è in una dimensione propria, una sorta di Limbo, da almeno 1000 anni, ma forse anche da sempre...
Siamo all'origine dell'Occidente (in un modo che poi non capiamo nemmeno più tanto bene...), come i Greci, ma il mondo occidentale non siamo noi.
Soprattutto il mondo occidentale è la Riforma protestante e noi ne siamo rimasti assolutamente al di fuori. Tutta la nostra identità e stata assorbita (e demolita) dalla Chiesa Cattolica.
Forse il cosmopolitismo di cui parla Gramsci deriva addirittura dall'Impero Romano, ma è indubbio che è stato mediato alla nazione dalla Chiesa Cattolica.
Il Rinascimento fu comunque furiosamente dibattuto e infine dissolto dal Cattolicesimo e anche il Risorgimento alla fine ne è morto.

Succederà che, con la crisi del debito e il conseguente sostanziale dissolvimento dello stato italiano (che, probabilmente, sarebbe successo comunque), almeno alcuni comprenderanno questo iato con il resto dell'Occidente. Si cercherà allora la nostra identità - siccome, per quanto se ne possa pensare quasi solo male, la nazione italiana esiste e sta diventando un oggetto misterioso.

Allora ci rivolgeremo indietro a scoprire un passato di cui, almeno la mia generazione, è stata privata. Cercheremo i volti, le parole, i gesti e la storia che sospettiamo soltanto di avere. [Non intravedo nessun motivo speciale, se non per averne conforto. Come è successo agli Afro-Americani, cercheremo le nostre radici... ]. E cercheremo anche di svellere gli stereotipi corrosivi su di noi, che abbiamo assorbito dall'estero - ma che si sono sempre mostrati ragionevolmente motivati - in un modo un po' più "scientifico", non sullo stile parli come badi! che si sente spesso alla RAI. Probabilmente ci sarà - quando ormai sarà troppo tardi - qualche ammissione di colpa e qualche tentativo di autocritica.

In fin dei conti saremmo stati molto adatti a sopravvivere alla globalizzazione, se non fossimo stati infracicati di Cattolicesimo...
(Infine, ma non da ultimo: mi attendo la beatificazione laica di Benedetto Croce).

30 settembre 2011

Si fa presto a dire nichilismo... - qualche problema.

Questa è una di quelle parole che tutti pensano di sapere esattamente che cosa significa.
Ma, non c'è un solo nulla e il nulla non è tutto nel nichilismo.

In effetti, il nichilismo non è univoco, è composito. Eppoi, come molte parole di successo con una loro storia, il significato di nichilismo è stratificato e le varie accezioni non sono veramente coerenti nel loro insieme. Per di più, siccome se ne parla abbastanza spesso, nuove accezioni sono in fieri...


Dunque è abbastanza difficile cercare un referente preciso nel nichilismo. In questo senso l'approccio storico, il nichilismo come storia dell'avvento della crisi, ha almeno l'apparente pregio di essere più accessibile e maneggiabile. Tuttavia vi si predicano apparenti banalità che invece non sono chiare per niente. (La storiografia del nichilismo fa parte anch'essa della storia nichilismo).

Se i valori cardine a cui si riportano tutti i giudizi morali sono falsi, ne consegue non tanto una valutazione che è fatalmente orientata alla negatività, ma anche la condanna alla fallibiltà del valutare.
Ed è qui che il nichilismo trova una descrizione tecnica, che è in fondo la più affidabile: aporia nelle valutazioni. Questa è la più genuina pars destruens del nichilismo, l'assenza o la relativizzazione di un metro di giudizio. Ciò che ne consegue, non è più genuino nichilismo. La distruzione non è propriamente nichilismo, per quanto suoni paradossale.

E questo non è contraddetto dall'approccio storico al nichilismo.
Si mantiene che questo approdo concettuale definito nel XIX secolo, ha portato a notevolissime conseguenze nel XX. Ma queste non sono contenute nel nichilismo per se, ci si è messo altro... La lotta titanica dei massimalismi opposti al blocco delle democrazie "mercatiste" procedeva da un'assegnazione di valori inconciliabili. La dinamica concettuale delle guerre del XX secolo eccheggia quella delle crociate: nessun voleva imporre il nichilismo, ma agiva dietro lo scudo ideologico dei suoi valori.

Però, a differenza delle crociate, il modo è stato nichilistico. E' stato nichilistico in un senso contenuto nell'aspetto distruttivo (che, ripeto, non è propriamente nichilismo), per la repulsione più o meno marcata di qualunque remora, o decenza, o moderazione nella distruzione. Questo non deriva da "volere il nulla", ma dalla ricerca dell'efficenza - un efficenza definita secondo modelli derivati dall'industrializzazione e, cioè, dall'economia.
E d'altra parte, l'esecuzione sarebbe stata possibile se gli esecutori non fossero stati profondamente burocratizzati? Se non avessero avuto inculcata la coscienza che fare bene era assolvere al compito di ingranaggio in un meccanismo efficiente, per questo stesso assolti preventivamente da tutte le conseguenze, tranne una: il fallimento?
[Ed è francamente illusorio, perfino patetico, pensare che ci sia una diffusa coscienza morale che potrebbe frenare queste azioni. Per millenni la massa si è contentata e per millenni si contenterà di recitare la propria parte in commedia, di fare il "proprio dovere", di essere conformi al porprio gruppo nella più completa acriticità. L'atrocità e la scala dei delitti è direttamente proporzionale al senso della decenza].
E la burocratizzazione - ciò che ha permesso di organizzare e dirigere forze immense quali non ve ne furono mai prima - non è l'industrializzazione dei processi decisionali?

La storia delle guerre del XX secolo non sarebbe quale la conosciamo se non fossero state condotte con criteri economici e senza burocratizzazione. La Germania fu schiantata due volte solo attraverso un progressivo logoramento della sua capacità produttiva; lo sterminio degli ebrei non avrebbe potuto raggiungere le cifre ottenute senza un'impianto burocratico-economico; la bomba atomica fu, dal progetto Manhattan allo sganciamento, sostenuta dalla coessenza di interessi economici.


Questi sono gli elementi genuini della distruttività del XX secolo, è molto più incerto cercarli in una crisi di valori. E la situazione tale è rimasta in tempo di pace. Le condizioni che hanno mandato al forno 6 milioni di Ebrei sono ancora tutte lì, non perché non si sia superato il nichilismo, ma perché la macchina organizzativa è riproducibile in ogni momento, almeno in Occidente.
Non ci si illuda sull'irrepetibilità dovuta al progresso morale: basta che lo si faccia apparire democratico e/o scientifico e tutto passa... (Democrazia e Scienza sono gli idoli del tempo nostro e il nichilismo parebbe più fondarli che abbatterli).


Per di più, cosa vuol dire «valutare» esattamente?
Poter rapportare tutto a un valore economico, cioè a una potenzialità di vantaggio economico quantificabile ultimamente in ricchezza - altrimenti detto: essere pragmatici - non è una tentazione fatale?